LEAVING BEIRUT
Roger Waters
Così lasciammo Beirut, Willa ed io
Lui si diresse ad est, verso Baghdad e vicinanze,
Io mi diressi a nord.
Camminai le cinque o sei miglia fino all’ultimo lampione
E mi rannicchiai nella semioscurità dell’orlo del marciapiede,
Con il pollice alzato
Ma senza grandi aspettative, data la vacillante presenza di auto.
Successo!
Una vecchia Mercedes ‘Dolmus’,
Uno degli onnipresenti taxi arabi condivisi, s’avvicinò.
Rigirai le tasche e scrollai le spalle all’autista
"Sono senza soldi"
"Vieni!", disse una tenue voce dal sedile posteriore
Il guidatore s’inclinò stancamente di traverso e mi aprì lo sportello posteriore.
Mi fermai a guardare i due uomini che erano dentro.
Uno era ordinato, occhialuto, baffuto, irritato e distante
L’altro, quello che aveva parlato,
Fragile, sulla cinquantina, pelato, di carnagione un po’ scura, con una camicia celeste a maniche corte
E una biro nel taschino,
Forse un impiegato, leggermente affondato nel sedile.
"Vieni!", disse di nuovo, sorridendo
"Ma non ho soldi"
"Sì, sì, d’accordo, vieni!"
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Sono queste le persone che dovremmo bombardare?
Siamo sicuri che ci farebbero del male?
Questo è il nostro piacere, punizione o crimine?
E’ realmente una montagna che vogliamo scalare?
La strada è dura, dura e lunga
Posiamo questo 2+2,
Quest’uomo non t’avrebbe mai cacciato dalla sua porta.
Oh, George! Oh, George!
Quell’educazione Texana deve averti fottuto quando eri ancora piccolo
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Fece un cenno con piccolo movimento artritico della sua mano,
Con le dita assieme, come un bambino che saluta.
L’autista mise la mia vecchia chitarra Hofner nel bagagliaio, con il mio zaino,
E subito partimmo
"Siete Francese, signore?"
"No, sono Inglese"
"Ah! Inglese"
"Vuole che le parli in Inglese, signore?"
"No, mi spiace"
E così via
In una breve chiacchierata tra stranieri, con il suo francese alieno ma corretto
E il mio esitante ma desideroso di ringraziare.
Un passaggio, dopotutto, è un passaggio!
Più tardi l’altro uomo coi baffi scese bruscamente
E alcune miglia dopo la Dolmus rallentò ad un incrocio illuminato da una sola lampadina,
Fece un’inversione ad U e si fermò in una polvere di sabbia.
Aprii la porta e uscii,
Ma il mio benefattore non fece la mossa di seguirmi.
L’autista scaricò la chitarra e lo zaino ai miei piedi,
E, contraccambiando i miei ringraziamenti, ritornò al portabagagli
Per riapparire con un paio di stampelle di metallo
Che porse al sedile posteriore della Mercedes.
S’inchinò nell’auto e tirò su il mio compagno.
Solo una gamba, il secondo lembo del pantalone pendeva ordinatamente sotto una coscia vuota.
"Signore, se volete, sarà un onore per noi
se vorrete venire a casa mia e di mia moglie per mangiare "
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Quando avevo 17 anni mia madre, santo il suo cuore, riempì il mio sogno estivo,
Mi porse le chiavi dell’auto
Andammo a Parigi, riempiti con Dexedrine e alcool
Arrestati ad Antibes dalla polizia
E derubati a Napoli dai terroni
Ma ognuno era gentile con noi, eravamo i tizi Inglesi
I nostri padri li aiutarono a vincere la guerra
All’epoca in cui tutti sapevamo per cosa si stava combattendo.
Ma ora un Inglese all’estero è solo uno scagnozzo americano
Il bulldog è un barboncino che gira attorno all’ultimo rifugio del furfante
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"Mia moglie", grazie a Dio! Zoppo, ma non indisposto.
Il taxi se ne andò, lasciandoci nella tenue e dondolante luce della lampadina.
Nessuna casa in vista.
Maledizione.
"Arrivederci, Signore"
"Dai, vieni!"
Il suo volto si piegò in desiderio, e si mise a camminare di fronte a me
Sventolando la sua gamba tra le stampelle, con angosciante cura
Accanto alla strada polverosa, fino ad entrare nelle tenebre.
Dopo mezz’ora avevamo fatto mezzo miglio
Quando sulla destra scorsi il profilo d’una costruzione.
Lui strillò in arabo per annunciare il nostro arrivo
E subito dopo uno strascicare di piedi, s’accese una lampada
E il cambio d’angolazione della luce che filtrava da sotto la porta
Segnalava che da dentro qualcuno stava arrivando.
La porta cigolando s’aprì e lì, tenendo in mano una biblica lampada ad olio,
Stava tarchiata e baffuta una donna, inchinata e sorridente verso di noi.
Si mise da una parte per permetterci l’ingresso, e mentre si voltava
Vidi la ragione del suo inchino:
Dietro di se trascinava una pessima gobba.
Feci cenno con la testa e sorrisi per ringraziarla, cercando di controllarmi.
La gentilezza dell’uomo da una gamba sola e della sua mostruosa moglie:
Quasi troppo per me.
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La gentilezza è diventata troppo per noi?
La gentilezza dovrebbe essere archiviata assieme all’empatia
Che sentiamo per il figlio di qualcun altro?
Ogni volta che una bomba intelligente fa le sue somme e si sbaglia
Il figlio di qualcun altro muore e il capitale della difesa aumenta
America, America, ascoltaci quando ti chiamiamo,
Hai l’hip-hop, il be-bop, il via vai
Hai Atticus Finch
Hai Jane Russel
Hai la libertà di parola
Hai le grandi spiagge, distese e viali
Non lasciare che la forza, la giustizia Cristiana, fotta tutto quanto
Per te e il resto del mondo.
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Loro parlavano con eccitazione
Lei andò a prendere le sue stampelle, nella routine dell’amore.
Lui rimproverava, gesticolando,
"Abbiamo un ospite".
Lei, imbarazzata per la sua gaffe
Prese le mie cose e le posò gentilmente nell’angolo.
"Vuole del the?"
Ci sedemmo su dei sottili cuscini in un angolo dell’unica stanza.
Il pavimento era di terra fortemente pressata e lungo un muro un piccolo rialzo,
Circa un metro per due, coperto da un singolo lenzuolo: il letto.
La donna curva s’avvicendava con un piccolo bollitore in rame sul fuoco,
E ci portò il the, caldo e dolce,
E così la cena.
Il pane azimo, non lievitato, sottile,
Cucinato in una padella sul fuoco
S’unì e s’immerse nei soffici interni dei ricci di mare.
La donna non mangiò, mangiai io la sua cena;
Non volle sentir storie, io ero l’ospite.
Poi si ritirò dietro una tenda
E lasciò gli uomini seduti a sorseggiare piccoli bicchierini pieni di Arak
Preziosamente versato da una piccola bottiglia dall’etichetta scolorita.
Presto lei riapparve, gioiosa
Portando tra le sue braccia il loro orgoglio e la loro gioia, il loro figlio.
Mai visto strabismo così,
Così acuto che mentre un occhio guardava fuori l’altro spariva dietro il suo naso.
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Non in nome mio, Tony, proprio tu, grande leader della guerra
Il terrore è ancora terrore, per chiunque provi a incorniciar le regole
La Storia non è stata scritta dagli sconfitti o dai dannati
Ora siamo Genghis Khan, Lucrezia Borgia, Son of Sam.
Nel 1961 ospitarono quel ragazzo nella loro casa
Mi chiedo cosa ne è stato poi di loro
Nel calderone che fu il Libano
Se potessi trovarli ora, potrei rendere le mie scuse?
Come finisce la storia?
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E poi a letto, io, non loro.
Certamente loro dormirono sul pavimento dietro una tenda,
Mentre io giacevo sveglio per tutta la notte sul loro letto di terracotta.
Venne l’alba e poi il loro quieto avvicendarsi,
Attenti a non svegliare l’ospite.
Sbadigliai in grande messinscena
E presi la ciotola d’acqua scaldata che mi porsero, e mi lavai
E sorseggiai il mio caffè nella sua piccola tazza
Poi, dopo i tanti "Grazie", inchini e strette di mano,
Lasciammo la donna ai suoi lavoretti
E noi uomini ci rifacemmo strada verso gli incroci.
La dolorosa lentezza del nostro andare avanti era accentuata dalla viva luce mattutina
La "Dolmus" puntualmente riapparì.
L’uomo che m’ospitò mi diede una stampella e poggiandosi sull’altra
Strinse la mia mano e sorrise.
"Grazie, signore", dissi
"Di nulla"
"E grazie a vostra moglie, è stata davvero gentile".
Poggiando l’altra stampella, poté entrare di nuovo nel sedile posteriore.
"Buon viaggio, signore", mi disse,
E s’inchinò per metà, mentre il taxi si dirigeva a sud verso la città.
Io mi girai a nord, la chitarra sopra la mia spalla,
E la prima folata di vento caldo
Asciugò rapidamente le lacrime salate dalle mie giovani guance.